Il nuovo Codice fallimentare

II Governo ha recepito la Riforma del diritto fallimentare, ribattezzata CODICE DELLA CRISI DI IMPRESA E DELL’INSOLVENZA, in un tempo relativamente breve se consideriamo che è una Riforma organica da 390 articoli con la riscrittura sostanziale dell’apparato normativo risalente al 1942.

Tra tempi di approvazione e conversione in legge, periodo transitorio di 18 mesi (in cui resta in vigore l’attuale normativa) e le correzioni da apportare necessariamente per Legge e non per Decreto come previsto dalla Legge delega n. 155 del 19 ottobre 2017, la Riforma avrà piena attuazione in circa di 3 anni.


Oltre alla Riforma, nelle commissioni parlamentari è in discussione il testo di legge per modificare anche gli aspetti penali collegati alla Riforma, ad esempio la bancarotta. Si prevede che il nuovo testo venga consegnato in Parlamento nella seconda metà di gennaio. Ed aggiungo che sarebbe opportuno intervenire anche sul riordino del sistema dei privilegi, attualmente estremamente farraginoso a causa della sovrapposizione di troppe norme speciali.

Ad ogni modo è ragionevole ipotizzare che anche il lavoro delle Commissioni Parlamentari sull'aspetto penale persegua le medesime finalità della Riforma, ossia 


favorire la cultura del risanamento aziendale contrapposta al precedente principio sanzionatorio impostato tutto sul concetto di “illecito”.


Ad esempio lo schema di Dlgs, nell’art. 349, ha eliminato la parola “fallimento” sostituita da “liquidazione giudiziale” proprio per evitare l’utilizzo del termine che ha connotazioni negative ben oltre l’aspetto giuridico; così come il nuovo impianto normativo prevede che in caso di sovraindebitamento l’imprenditore/la persona non percepisca questa situazione come una pietra tombale dalla quale non sarà più possibile ripartire.

Certo la Riforma non prevede l’immunità in caso di condotte delittuose, mira a far emergere i sintomi della crisi attraverso strumenti di finanza aziendale affinché vengano tempestivamente recepiti e con altrettanta solerzia l’imprenditore reagisca, spronato anche dagli organi di controllo.

Basti pensare alle procedure di allerta e di ricomposizione delle crisi che prevedono l’introduzione dei sindaci monocratici, degli indicatori finanziari, degli organismi di composizione delle crisi ed altri istituti giuridici atti a perseguire la mission della Riforma (per approfondimenti, rimando al precedente articolo).

Come detto il testo varato recentemente recepisce il lavoro svolto dalla commissione Rordorf, ma con alcune modifiche apportate dall'ufficio legislativo nel corso dei lavori parlamentari che non stravolgono l’organicità della Riforma ma, a mio parere, nemmeno la migliorano.


Così come è anche venuto meno il criterio dell’accorpamento di competenza presso i tribunali “meglio attrezzati” ad affrontare procedure fallimentari che, oltre agli aspetti giuridici per i quali i giudici sono intrinsecamente preparati, necessitano di adeguate conoscenze anche in ambito economico-finanziario. E come se non bastasse è stato reintrodotto, in fase di omologazione delle procedure concordatarie, un maggior interventismo da parte del magistrato anche sulla fattibilità economica.

Prerogative che richiedono una competenza in materie economico-finanziarie, un’iper specializzazione già bagaglio di molti magistrati; ma si potrà garantire in tutti i “piccoli” tribunali la presenza di Giudici con tali conoscenze?

Di rilievo tra gli elementi cardine di questa Riforma è la procedura di allerta e composizione delle crisi, già da me affrontata nel mio articolo precedente: così com'è stata approntata, appare troppo “macchinosa”, al punto che potrebbe apparire più come un’anticipazione della liquidazione giudiziale, o una futura procedura concorsuale, piuttosto che uno strumento di risanamento aziendale.

Il rischio è che la nuova procedura sia percepita come una minaccia da cui l’imprenditore deve difendersi, spingendolo ad adoperarsi per “nascondere sotto al tappeto” ancor di più i segnali di dissesto.

È invece importante che l’imprenditore “percepisca” l’apparato normativo come strumento di supporto preventivo in un momento di difficoltà temporanea. Solo “vivendola” così la Riforma avrà davvero raggiunto l’obiettivo di modificare l’approccio imprenditoriale, con l’introduzione di sistemi di prevenzione delle crisi sostenuti da semplici strumenti di governance finanziaria.

 

È auspicabile quindi che nei prossimi 3 anni sia dia corso ad una semplificazione normativa che dia maggiori connotati di extragiudizialità e confidenzialità alla fase di allerta e ricomposizione della crisi.

 

Dal canto nostro dobbiamo cominciare a supportare quotidianamente la gestione finanziaria dell’azienda per evitare del tutto l’attivazione delle procedure di allerta, semplicemente attraverso l’introduzione di professionalità interne o esterne, purchè adeguate.

Dott. Giuseppe Tribuzio 
Business Developer Promem SpA

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